Protesta Uncem davanti al Consiglio regionale del Piemonte

Contro l'attacco al territorio i dipendenti e gli amministratori delle Comunità montane lanciano la mobilitazione

I 435 dipendenti, i presidenti e gli amministratori delle Comunità  montane piemontesi scenderanno in piazza nel pomeriggio di oggi, martedì 20 dicembre, a Torino, davanti al Consiglio regionale del Piemonte, per dire no al disegno di legge che sopprime i 22 enti sovraccomunali delle Terre Alte e mette a rischio lo sviluppo socio-economico del territorio. La mobilitazione è stata lanciata in una conferenza stampa (nella foto) convocata dall'Uncem Piemonte al quale hanno preso parte i rappresentanti dei sindacati Cisl, Cgil e Uil (promotori della manifestazione) e gli amministratori degli enti.

«Il disegno di legge varato dalla Giunta regionale - ha spiegato Lido Riba, presidente dell'Uncem Piemonte -  si scontra con quattro articoli dello Statuto della nostra Regione dove le Comunità montane sono configurate come i soggetti che organizzano lo sviluppo del territorio montano e i servizi per i cittadini, dai trasporti al socio-assistenziale, dalla scuola al turismo. Abbiamo già chiesto alla Regione che vengano inseriti nel bilancio 2012 i 20 milioni di euro che permettono di pagare i 435 dipendenti che lavorano negli enti nati 40 anni fa. Non possiamo permettere un ulteriore attacco alla montagna, al territorio più debole del Piemonte. 20 milioni equivalgono a 20 euro pro capite per i cittadini piemontesi che vivono nelle aree montane. Se a Torino che ha lo stesso numero di abitanti di  tutto il territorio montano piemontese, venisse assegnata solo una cifra simile a quella prevista, e oggi messa in discussione, per la montagna, non si gestirebbe neanche un servizio. Devono inoltre essere considerati i 2 miliardi di valore delle risorse che ogni anno vengono prelevate dalle Terre Alte del Piemonte a vantaggio  dell'intera  collettività. Non possiamo vedere soppresse le Comunità  montane con un  attacco ideologico che mira a fare cassa, alle spalle di quanti vivono  e operano nelle terre alte. Non lo accettiamo e la  mobilitazione  lanciata dall'Uncem ad agosto per salvare i piccoli  Comuni, continua  oggi. La montagna merita che il potere della Regione 
venga esercitato  secondo principi di sussidiarietà ed equità. La nostra è una battaglia di civiltà e legalità per il territorio  montano».

Non ha dubbi il vicepresidente dell'Uncem, Giovanni Francini: «La montagna ha sempre ricevuto finanziamenti irrisori se confrontati con quelli per le aree metropolitane e la pianura. Serve buon senso. Chiediamo il diritto allo sviluppo che è ben diverso dall'assistenzialismo. Le 22 Comunità montane e i 553 Comuni montani fanno funzionare il 53 per cento del territorio piemontese, da quattro decenni. Chi non lo capisce, non sa cosa sia la montagna, le differenze rispetto alla pianura, la necessità di un'organizzazione specifica di servizi in aree economicamente e antropologicamente più deboli». La montagna non permetterà una nuova colonizzazione di  
servizi e risorse. Anche la "mobilità" dei 435 dipendenti, per i quali la legge prevede un passaggio ai Comuni o alla Regione, toglie posti di lavoro alle Terre Alte, dove è da sempre più difficile creare imprese e opportunità occupazionali.

Uscire dalla schizofrenia ed elaborare una seria proposta di organizzazione degli enti locali del Piemonte. Lo ha chiesto nella conferenza stampa l'assessore alla Montagna della Provincia di Torino, Marco Balagna. «Nessuno chiede di mantenere lo status quo, nessuno si sottrae alle riforme. Ma non si può annullare con un disegno di 
legge  il patrimonio immenso di competenze e funzioni oggi incardinato nelle  Comunità montane. Una legge regionale non può andare contro lo  Statuto» ha ribadito l'assessore, ricordando la proficua interazione e  
collaborazione delle Comunità montane con le Province. «Il disegno di  legge - ha aggiunto Sergio Foà, docente di Diritto Amministrativo all'Università di Torino - si scontra con lo Statuto, la manovra del Governo Monti e la Carta delle Autonomie, che il Parlamento dovrebbe varare nella primavera prossima. I Comuni non possono essere lasciati allo sbaraglio. I processi di riforma degli enti devono essere sostenibili dal punto di vista economico, con un sostanziale risparmio, e concertati seriamente con le parti in causa. Nulla si può improvvisare o lasciare al caso, alla libera interpretazione».

Gli amministratori e i vertici dell'Uncem hanno anche espresso perplessità sui reali "costi di transazione" delle Comunità montane; secondo il ddl sulle loro ceneri dovrebbero infatti nascere una serie di unioni di Comuni più piccole, con criteri che nel disegno di legge regionale sono finora troppo confusi. «Ogni ddl dovrebbe essere  
corredato di una relazione tecnica con i costi e i benefici delle operazioni che prevede - ha sottolineato Carlo Manacorda, docente di Scienze delle Finanze all'Università di Torino - Devono essere dimostrati, da chi annuncia la chiusura delle Comunità montane, i costi e i vantaggi economici. I numeri parlano chiaro. Ci sono spese  
che le Comunità montane devono pagare dal 1° gennaio. Per il 2012 devono dunque avere a disposizione subito l'entità dei trasferimenti regionali, per poter predisporre i bilanci, coprire le spese e ovviamente pagare i dipendenti».

Più tutela per i posti di lavoro. «La manifestazione di oggi -  ha ribadito Luca Quagliotti, sindacalista FP Cgil - sarà solo la prima di una lunga serie. Chiediamo la tutela del personale e la continuazione dell'attività delle Comunità montane. Il disegno di legge varato dalla Giunta regionale mette a rischio i posti di lavoro, che comprendono un "indotto" fatto di aziende, cooperative, associazioni nelle aree montane. Se non verrà modificato, le conseguenze saranno devastanti. L'entità dei finanziamenti per il 2012 e per la chiusura dei bilanci 2011 deve essere espressa subito, senza  temporeggiare ulteriormente. Stiamo parlando di posti di lavoro in  bilico per colpa di un disegno di legge che crea una serie enorme di  criticità per i cittadini, senza far risparmiare». «Nel ddl si smantella il sistema funzionante di governo e sviluppo delle aree montane - ha aggiunto il Consigliere regionale Mino Taricco -  senza definire con senso compiuto, l'alternativa. Abbiamo la massima necessità di conoscere gli obiettivi di efficacia ed efficienza del  progetto, nel quale manca un'organicità sostanziale».

 


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